Platone, il digitale e la capacità di scelta
Facciamo un semplice giochino: supponiamo di dover indovinare un numero tra 0 e 7 ponendo il minor numero di domande possibili. Supponiamo che il numero da indovinare sia il 6. La prima domanda sarà: il numero in questione è compreso tra 0 e 3 o tra 4 e 7? Alla risposta seguirà la seconda domanda: il numero è compreso tra 4 e 5 o tra 6 e 7? La domanda ridurrà le possibili scelte a 2 sole ipotesi (6 o 7) quindi sarà necessario semplicemente chiedere “il numero è il 6?” o “il numero è il 7?” per arrivare alla soluzione.
In buona sostanza si tratta di dividere il range possibile dei numeri da indovinare in 2 blocchi di uguale dimensione e scegliere l’insieme di appartenenza fino a ridurre ad una sola la scelta possibile ed arrivare così alla soluzione del nostro indovinello. Nel caso in questione (con un range di 8 possibili varianti) è stato necessario porsi 3 domande ed effettuare quindi 3 scelte di insiemi.
Convertire un numero in digitale significa operare lo stesso tipo di operazione… difatti, non è una coincidenza che la rappresentazione binaria (quindi digitale) del numero 7 (che è il può alto numero possibile del nostro range) è rappresentata dall’insieme di bit 111 (che è il può alto numero rappresentabile con 3 bit): ogni bit corrisponde ad una scelta, ad una risposta ad una domanda.
Estendendo il concetto è possibile operare la trasformazione in digitale di lettere o di immagini semplicemente schematizzando le possibili varianti di lettere o di colori e effettuando delle scelte: una lettera avrà il suo corrispettivo numerico grazie alle codifiche ASCII e così avverrà anche per i colori mediante le modalità colore (RGB, CMYH, HSB, etc.).
Ma fino a che punto è possibile convertire oggetti o concetti complessi in digitale? Che livelli di fedeltà all’originale è possibile ottenere applicando tale metodo? E’ possibile convertire tutto al digitale seguendo questo semplice ragionamento?
Una possibile risposta ci viene da uno scritto datato intorno all’anno 360 avanti Cristo (ben prima di qualsiasi idea di digitalizzazione!) e precisamente dal Sofista di Platone. Nel dialogo un gruppo di filosofi si interroga sulla definizione del sofista e assumono il metodo della diairesi come sistema logico per individuare la definizione corretta.
È un mezzo per giungere alla definizione di un concetto partendo da un concetto più vasto e procedendo per mezzo di una concatenazione di divisioni (diairesi discendente) ciascuna basata sull’esplicitazione di differenti proprietà: si passa in questo modo attraverso una successione discendente di sotto-classi che termina quando si ottiene la definizione cercata, connotata da una proprietà che si attaglia unicamente all’oggetto della ricerca.
In buona sostanza, per arrivare alla definizione del sofista, basta porsi un certo numero di domande in grado di suddividere il campo di indagine in 2 campi contrapposti ed effettuare una scelta individuando l’insieme di appartenenza dell’oggetto in questione (il sofista).
Senza soffermarci sul valore filosofico del testo, tale metodo somiglia, come abbiamo visto, al processo di digitalizzazione applicato per la conversione in bit di numeri, lettere e colori. Seguendo Platone quindi potremmo dire che qualsiasi concetto può essere “digitalizzato” semplicemente applicando il principio della diairesi.
Tale impostazione però mostra i suoi limiti nel dialogo stesso in questione. Difatti, per diverse vie e applicando il metodo diairetico per sette volte diverse, lo scritto giunge a sette definizioni diverse del sofista. Critiche al metodo platonico verranno da Aristotele, il quale imputa alla divisione dialettica platonica il difetto di postulare ció che deve dimostrare ossia di cadere in una petizione di principio, in quanto occorre che sia presupposta o conosciuta prima la natura o specie del demonstrandum e definiendum per poter scegliere le differenze.
In buona sostanza nel metodo platonico la definizione stessa degli insiemi entro i quali effettuare delle scelte cela già un postulato di appartenenza dell’oggetto in questione. Ne deriva che a domanda diverse (o meglio, a linee interrogative diverse) corrisponde una definizione diversa perchè in ogni serie di domande si postula l’essenza dell’oggetto da definire.
Tornando al digitale, in buona sostanza, si può dire che attraverso il processo della diairesi è possibile arrivare alla definizione dei concetti solo se l’operazione di discernimento degli insiemi ha fondamento di oggettività. In buona sostanza, semplificando:
Per convertire una qualsiasi cosa o concetto in digitale c’è bisogno di porsi le domande giuste!
D’altronde, tornando al primo esempio di digitalizzazione del numero 6, è evidente che ponendo le domande sbagliate (per esempio non dividendo gli insiemi in parti uguali) c’è bisogno di più domande per arrivare alla definizione del numero e, essendo il metodo “non oggettivo” (in quanto la divisione degli insiemi è arbitraria) non sarà possibile “riconvertire” il numero in questione in formato decimale. Inoltre è evidente che digitalizzare una lettera o un colore non è possibile se non con delle convenzioni di riferimento (che impica la nostra capacità di “porre domande” in merito) quali il sistema di codifica ASCII o i metodi colori RGB, CMYK o HSB.








